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Micam, bilancio in chiaroscuro. Visitatori in crescita, ma ordini stazionari. Il problema? L'eccessivo costo del lavoro

Era l'appuntamento atteso con ansia e trepidazione da tutti gli imprenditori del distretto calzaturiero fermano-maceratese, la fiera di settore più importante a livello internazionale, e a tre giorni di distanza dalla chiusura del Micam i rappresentanti delle associazioni di categoria del nostro territorio si sono riuniti per tirare le somme di questo evento.

Quello che ne è emerso è un bilancio in chiaroscuro, soprattutto in relazione alle attese della vigilia, superiori rispetto all'anno scorso anche in virtù dei dati macroeconomici che cominciano a delinerare con una certa continuità un quadro di generale ripresa.

Micam, bilancio in chiaroscuro. Visitatori in crescita, ma ordini stazionari. Il problema? L'eccessivo costo del lavoro

Gli elementi positivi non sono comunque mancati, a cominciare dal numero di visitatori, in crescita rispetto alle ultime edizioni. Da questo punto di vista vincente si è dimostrata la scelta di spostare la data della fiera collocandola nella seconda metà di settembre, in concomitanza con la settimana della moda, il che ha permesso a molti visitatori di non dover scegliere se investire su un viaggio al Micam o su un altro evento.

 

Generale consenso l'ha avuto anche la cura dell'immagine dei padiglioni, con la presenza di grandi marchi internazionali che hanno contribuito a creare una fiera d'effetto.

Il quadro complessivo, quindi, è quello di un evento vivace, con una notevole presenza di clienti, ma con un numero di ordini sostanzialmente stabile se non addirittura in leggero calo.

 

La causa principale di questa solo apparente contraddizione viene rintracciata da tutti nell'eccessivo costo del lavoro: “C'è una richiesta selvaggia di un prezzo basso da parte dei clienti e ciò si coniuga male con il Made in Italy – ragiona Gianluca Mecozzi, portavoce regionale e territoriale di Cna Federmoda, sezione calzature e abbigliamento -. Che in Italia le scarpe costino più che in Cina o in Vietnam è assodato; il problema, però, è quando il prezzo è doppio rispetto a quello di Paesi concorrenti come Spagna e Portogallo. Non vogliamo togliere tutele a nessuno, ma crediamo sia il caso di rivedere alcune questioni delicatissime come quella degli ammortizzatori sociali. Secondo noi la priorità deve essere quella di abbassare il cuneo fiscale, perché con costi del lavoro più bassi si eviterebbero tanti licenziamenti o addiritture chiusure di fabbriche anche importanti. Se la situazione rimane invariata, invece, gli stessi ammortizzatori sociali prima o poi finiranno”.

 

“Ci sono settori che possono essere automatizzati e che quindi ormai richiedono meno manodopera – rincara la dose il Presidente della Camera di Commercio di Fermo, Graziano Di Battista – ma quello calzaturiero sarà sempre ad alto contenuto di manodopera e quindi serve un'azione mirata per ridurne il costo, altrimenti non siamo competitivi e i nostri imprenditori finiscono o per perdere il lavoro o per essere costretti a delocalizzare. Questo problema va affrontato con grande decisione. Vorremmo sentir discutere di più a livello istituzionale del distretto calzaturiero marchigiano e della manifattura italiana, tirati sempre in ballo quando si parla del Made in Italy senza che però gli venga mai attribuita una corrispendente attenzione a livello legislativo”.

 

Il rischio è anche che, continuando di questo passo, in queste fiere la presenza degli espositori stranieri finisca per affermarsi sempre più su quella italiana. Il Micam appena conclusosi ha visto 797 aziende espositrici del Bel Paese contro le 644 straniere, ma queste ultime sono aumentate di 43 unità rispetto all'edizione precedente, assorbendo la quasi totalità dell'incremento complessivo. “Se la situazione non cambia i produttori stranieri piano piano ci si mangeranno e in evidenza non ci sarà più la calzatura italiana ma quella estera” - è l'analisi di Luciana Isidori, direttore dell'Expool Consortium di Fermo.

 

Un'ulteriore difficoltà che incontrano i nostri piccoli imprenditori è che il cliente spesso ricerca una qualità legata a un marchio affermato e il messaggio che la produzione artigiana non debba invece essere collegata a un brand fa fatica a passare: “Bisognerà allora investire di più su un lavoro di gruppo – è la ricetta di Paolo Tappatà, funzionario dei calzaturieri di Confartigianato Ascoli-Fermo -. Per qualificare il nostro prodotto occorre vendere con esso anche un intero territorio, quindi è necessaria una collaborazione a 360 gradi di tutti gli operatori”.

La necessità di fare squadra è ben chiara anche a Enrico Ciccola, presidente dei calzaturieri di Confindustria Fermo, intervenuto telefonicamente dalla Cina: “Dobbiamo rimanere uniti, occorre unità d'intenti tra associazioni di categoria, sindacati ed enti pubblici. L'ho sottolineato prima della partenza e lo confermo anche adesso”.

“Il Micam è una fiera che si è mantenuta viva, ma questo non basta per rilanciare davvero le nostre imprese – aggiunge lo stesso Ciccola - La maggiore competizione ci porta sempre ad un lieve ma continuo arretramento e allora dobbiamo riconquistare competitività con un taglio importante del costo del lavoro, non a livello di decimali come si sente spesso dire”.

 

In ogni caso la realtà attuale del Micam è quella di una fiera che, pur restando la più importante del settore e rimanendo quindi occasione propizia per allacciare contatti con i clienti, non fa più la differenza come prima a livello di ordini. Per restare a galla le imprese hanno quindi bisogno di impostare in modo diverso il proprio lavoro: “Nel nostro distretto siamo sempre stati grandi produttori ma scarsi commercianti – conclude a questo proposito Mecozzi – prima era sufficiente realizzare un bel prodotto e questo poi si vendeva da solo. Ora non è più così, dobbiamo puntare sulla qualità, sulla digitalizzazione e sulla fidelizzazione del cliente, ascoltando le sue richieste e rimanendo al passo tutto l'anno”.

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Data pubblicazione : 23/09/2017 13:36
Scritto da : Andrea Pedonesi
Commenti dei lettori
1 commenti presenti
  • Finita la pacchia

    23-09-2017 14:22 - #1
    Salvo qualche eccezione, gli stand delle aziende fermane, padiglione 1 e 3, offrivano prodotti simili. Il costo del lavoro? La provincia di Fermo, quella delle decantate eccellenze, è al 100° posto, su 110, praticamente tra le ultime per quanto riguarda la media degli stipendi. Gli imprenditori non innovano, sono rimasti agli anni '90, a quando venivano i russi con le valige piene di soldi e compravano qualsiasi cosa. Mai un'autocritica da parte datoriale, invece di investire sul personale e ricerca... meglio i capannoni (spesso inutili) e auto di lusso. Il Portogallo e la Spagna fanno prodotti economici da sempre, e questo clienti e consumatori lo sanno: il paragone non regge ed è strumentale. La verità è che dopo anni di approssimazione e sprechi, agli imprenditori fermani i conti non tornano più e allora ecco aprirsi la questione del costo del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Che faccia tosta. Infine una domanda: Graziano Di Battista è stato scagionato dalle accuse di contraffazione?
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