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La stoffa di Elisabetta: il tessuto che si ispira alle crepe della vita, nato dalle mani degli emarginati d’Africa

Il cotone con cui Elisabetta Tentella ha realizzato la sua prima collezione è pieno di striature: linee scure che attraversano il fondo chiaro, simbolo della forza che le scorre nelle vene e che è il dono di una vita segnata dal dolore e dalla volontà di vincerlo. Ma è anche carico dei sorrisi di chi quel tessuto l’ha realizzato: di quelli che, in Africa, vivono ai margini della società perché malati di Hiv o orfani e, attraverso questa stoffa e le sue applicazioni, possono sperare in un futuro dignitoso. Da Sant’Elpidio a Mare allo Zimbabwe, la storia di una fashion designer di 22 anni con in testa il progetto di una collezione di abiti e, nel cuore, il grazie alle mani che l’hanno trasformato in realtà. 

 

La stoffa di Elisabetta: il tessuto che si ispira alle crepe della vita, nato dalle mani degli emarginati d’Africa
Elisabetta indossa un copriabito disegnato da lei e realizzato con il tessuto di sua invenzione realizzato dalle donni malate di Hiv e dai bambini orfani dello Zimbabwe

“C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce” - cantava in “Anthem” Leonard Cohen. Forse Elisabetta quella canzone neanche la conosce, fortissima dei suoi 22 anni e di un sorriso che è un misto di passione, coriacea determinazione e spontaneità. Eppure il tessuto che ha inventato lei stessa - quello che le è valso un ottimo voto all’ultimo esame del corso da Fashion Designer dell’Accademia di Belle Arti di Macerata e che sarà anche il tema della tesi di laurea, da discutere a fine febbraio - sembra la materializzazione fatta stoffa di quelle parole. Perché quel cotone - amidato, tinto, segnato dalle venature scure e ispirato alle ferite inferte dalla prematura perdita della mamma sette anni fa, a soli 15 anni - più che una stoffa è un vincolo: il tramite privilegiato attraverso cui si fa strada la speranza. La sua, di giovane mente creativa, e quella dei meno fortunati dello Zimbabwe che, in questa storia, sono le braccia.

 

Su quella stoffa hanno lavorato in tanti e dentro ogni sfumatura pulsa l'esistenza di ognuno di loro, emarginati di un'Africa in cui l'Hiv è malattia fisica e sociale. Elisabetta li ha incontrati nelle quattro settimane trascorse a settembre ad Harare, la capitale del paese africano, e a loro è legata dal filo del destino e degli abiti che ha realizzato laggiù, a stretto contatto con "le persone umili, ma belle e generose" che ha incontrato. “Il mio tessuto è stato concepito in Italia, come passo preliminare del mio progetto di laurea, ma il suo luogo di nascita effettivo è l’Africa - o, meglio, le anime di chi ha sposato la mia causa ed è stato determinante a realizzare quello che avevo concepito nella mia mente ma a cui non riuscivo a dare forma - spiega Elisabetta - La proposta di partire per l’Africa è arrivata a metà luglio. È stata del tutto inaspettata, come la gran parte delle cose belle che capitano, e mai avrei pensato mi avrebbe portato dove mi ha effettivamente condotto. Soprattutto, non avrei mai pensato che quelle quattro settimane spese ad Harare per fare tutt'altro rispetto alla tesi mi avrebbero permesso di dare una svolta al mio progetto di laurea e realizzare quel tessuto a cui proprio non riuscivo a dare corpo” - ammette.

 

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Elisabetta in passerella assieme a due modelle durante il Musica Festival di Harare, in Zimbabwe, lo scoros settembre: tutte e tre indossano abiti creati dalla giovane stilista con il tessuto di sua invenzione

 

Perché prima di partire, le valigie per lo Zimbabwe Elisabetta le aveva chiuse con tutt'altra idea in testa. “A metà luglio, mentre ero a passeggio in Ancona, una mia amica mi ha girato un’interessante proposta professionale che le era arrivata direttamente dall’Inghilterra - racconta Elisabetta - Le era stato proposto di partire per la capitale dello Zimbabwe per seguire, come Fashion designer, il settore moda di un festival che l’Ambasciata italiana avrebbe organizzato a settembre ad Harare, la capitale del paese, per presentare in Africa il made in Italy. Gliene aveva parlato una sua conoscente inglese, a cui si era rivolta una delle organizzatrici locali del festival, ma non potendo accettare l'incarico, la mia amica l’ha proposto a me. Un po' per gioco, un po' per curriculum e un po' per incoscienza ho detto sì, pensando che comunque sarebbe stata un’esperienza positiva. Quello che non immaginavo, però, era la portata umana che questo soggiorno avrebbe svelato, aprendo le porte a un mese che è stato ricchissimo sotto ogni aspetto, professionale come umano”. 

 

Il vero tesoro, sottolinea oggi Elisabetta, sono stati gli incontri che il sì detto per caso alla sua amica ha portato. Primo tra tutti quello con Ondine, la presidentessa del Lynde Francis Trust, un’organizzazione no profit che si occupa di aiutare in Zimbabwe poveri, donne malate di Hiv e bambini orfani, sostenendoli economicamente e procurando loro lavori con cui strappare alla povertà e alla malattia la dignità di essere umano. “Ondine collaborava tramite la sua associazione alla realizzazione del Musica Festival e mi ha contattata prima della partenza per parlare di questo evento. Tra un dato tecnico e l'altro, è stata lei a chiedermi dell'università. Le ho raccontato della mia vita accademica, della mia tesi e, anche, delle difficoltà che stavo incontrando in quel momento a realizzare il mio tessuto che, ispirandosi all'estetica giapponese del Wabi-sabi e al concetto dell'aggiustare le crepe valorizzandole con l'oro, voleva essere un infinito reticolo di venature e capillari. Le ho spiegato per filo e per segno l'idea, mandandole i miei disegni e i bozzetti. Per qualche giorno Ondine non si è fatta viva, finché mi ha mandato un messaggio: 'Con le persone che aiuto tramite la mia associazione abbiamo dato vita al tuo tessuto. Vieni in Zimbabwe a vedere!’ Mi sono emozionata tantissimo a leggere quelle parole e da quando, con la mail successiva, Ondine mi ha mandato i biglietti, non ho fatto altro che guardarli incredula e pensare: 'Si parte davvero!'.  

 

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Elisabetta insieme a Ondine, la presidentessa dell'associazione no profit Lynde Francis Trust con cui ha collaborato per la realizzazione del suo tessuto

 

Il capitolo successivo della storia di Elisabetta si apre così in Zimbabwe, il 14 settembre 2017. Appena atterrata, accompagnano la giovane stilista la curiosità immensa di vedere il prototipo della sua creazione compiuta e l'ansia, fortissima, di dare inizio a un'avventura che - aveva confessato lei al padre prima di decollare - forse non avrebbe risolto nessuna difficoltà né permesso di compiere un decisivo passo in avanti nel suo progetto. Eppure - racconta oggi lei - "Non è andata affatto così. Sono arrivata ad Harare il venerdì sera e il sabato mattina ero già in laboratorio per lavorare al tessuto. Appena Ondine mi ha mostrato quello che le donne da lei assistite avevano preparato sono rimasta senza parole: era lui, il mio tessuto, la materializzazione dei miei sogni e di quello che era uscito dalla mia matita. Identico davvero, come se le mani delle donne e degli orfani dello Zimbabwe avessero avuto la capacità di andare ben oltre i disegni ricevuti via mail e fossero stati in grado di leggere nella mia mente a chilometri di distanza". 

 

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Elisabetta a lavoro assieme alle donne assistite dalla Lynde Francis Trust per realizzare il suo tessuto e la coollezione 

 

Il resto sono tre intensissime settimane di lavoro preparatorio in vista del Musica Festival. "Una volta tinto il tessuto e trovata la sua formula magica, dovevo realizzare una collezione di abiti, da mostrare in sfilata durante l'evento dell'ambasciata. In quei giorni sono nati in tutto otto vestiti, quattro dei quali sono tornati con me a Sant'Elpidio a Mare e saranno parte integrante della mia tesi di laurea. Ma, più di tutto, sono nati legami e amicizie che mi hanno attraversato il cuore e che porterò per sempre con me". 

 

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 Gli abiti disegnati da Elisabetta e creati utilizzando il tessuto da lei creato

 

Anche oggi, a mesi e chilometri di distanza, quei lacci continuano a rappresentare, per Elisabetta, le striature più belle nel tessuto della sua vita. "Durante il mio soggiorno ho vissuto a stretto contatto con la triste realtà dei malati di Hiv e delle loro difficoltà quotidiane, in questo Paese che i malati li stigmatizza e li emargina. Sono stata gomito a gomito con gli sguardi che gli piovono addosso ma, anche, con la forza che rappresentano, con la capacità di dare dignità a tutto quello che fanno. Ho trovato persone semplici ma buone, in grado di aiutare me perché, in primis, qualcuno aveva aiutato loro andando oltre la malattia". 

 

E oltre l'indifferenza e le difficoltà, Elisabetta si è spinta in una grande avventura. Questa sua nuova missione ha un nome preciso: si chiama Zim Wabi-Sabi ed è il progetto, nato assieme ad altri sette designer di tutt'Europa, che porta il tessuto e l'idea di Elisabetta in giro per il mondo. "Abbiamo unito le nostre forze e, insieme, vogliamo dare dell'Africa un'idea diversa. Lo faremo attraverso una collezione composta da tante voci - dall'abbigliamento agli accessori fino alle componenti d'arredo - realizzate tutte con il mio tessuto e grazie al lavoro degli emarginati d'Africa, che trarranno sostentamento dalla vendita”. Il nome del progetto, infondo, dice proprio questo: non a caso contiene in sé quello della tecnica che ha ispirato la stoffa di Elisabetta, così come quello del paese africano che le ha permesso di materializzarlo. Unendo cuori e corpi spezzati dalla malattia, riparati - però - con l’oro della solidarietà. 

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Data pubblicazione : 23/12/2017 11:20
Scritto da : Valentina Berdozzi
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