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Alessandro Piani, fondatore della Contesa del Secchio, e i suoi due anni di prigionia nei campi di concentramento tedeschi: il ricordo nelle parole della figlia Marzia

Oggi, 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria per ricordare le vittime dell'Olocausto e delle leggi razziali, coloro che hanno messo a rischio la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei, nonché tutti i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista.

Alessandro Piani, fondatore della Contesa del Secchio, e i suoi due anni di prigionia nei campi di concentramento tedeschi: il ricordo nelle parole della figlia Marzia

Radio Fermo Uno ha deciso di onorarla ricordando la figura e la storia di Alessandro Piani, noto per essere stato l'ideatore della Contesa del Secchio di Sant'Elpidio a Mare, ma che dal 1943 al 1945 conobbe in prima persona l'esperienza dei campi di concentramento: per farlo ci siamo avvalsi della toccante testimonianza di sua figlia Marzia, intervenuta questa mattina in diretta nel corso della trasmissione “Via Mazzini 13”.

 

Piani nacque nel 1922 a Saluzzo, in provincia di Cuneo, dove suo padre, che era un militare, si trovava provvisoriamente dislocato in quel periodo. Piani frequentò l'Accademia dell'Aereonautica come ufficiale quando nel luglio 1943, all'età di 21 anni, arrivò la chiamata alle armi. Appena due mesi più tardi, l'8 settembre, Badoglio annunciò l'armistizio e nelle settimane successive i tedeschi deportarono 600 mila militari italiani nei campi di concentramento e di lavoro: la Germania nazista, infatti, stava impiegando in maniera massiccia i propri uomini sui vari fronti bellici e aveva bisogno di forza lavoro per le manutenzioni, le fabbriche, le miniere e le macerie da spalare.

 

“Fu allora – ricorda Marzia Piani – che mio padre si ritrovò in Germania, perdendo il suo nome e diventando semplicemente un codice: 11° B 157652. Un piastrino attaccato al collo che connotava la sua nuova identità e che non poteva assolutamente togliere”.

 

Ma com'era la vita dei deportati nei campi di lavoro? Marzia a questo proposito racconta alcuni aneddoti contenuti nel diario di suo padre: “I deportati erano chiamati a lavorare su tralicci ad alta tensione o a trasportare a mano carrelli pesantissimi nelle fonderie di zinco oppure ancora a spalare macerie: un lavoro, quest'ultimo, che talvolta poteva comunque offrire dei vantaggi perché sotto le macerie era possibile trovare qualcosa da mangiare”.

 

“Il problema fondamentale – prosegue la Piani – era coprire il proprio corpo dal freddo e procurarsi del cibo, perché nelle baracche si mangiava una volta al giorno, senza orari fissi, e sempre una specie di zuppa con pezzi di verdura o di carne. Porzioni non sufficienti per chi era chiamato ad un duro lavoro fisico, quindi poi loro cercavano anche di cucinarsi e mangiare qualcos'altro. Mio padre scrisse che un giorno, spalando le macerie, lui e i suoi compagni trovarono un secchio di metallo e ciò fu motivo di grande gioia perché il secchio poteva diventare una pentola nella quale ad esempio far bollire le patate”.

 

In queste condizioni così estreme e spersonalizzanti, la sfida era quella di conservare ugualmente la propria umanità: importanti erano i rapporti con i compagni di baracca, insieme ai quali si cercava di parlare, di cantare qualche canzone e anche di disegnare: “Appena posso cerco di procurarmi un po' di carta, una matita e dei colori perché sono dei preziosi compagni di viaggio” - scriveva Piani denotando già una certa propensione artistica, che sarebbe poi emersa in tutta la sua evidenza qualche anno più tardi nella realizzazione delle bandiere delle Contrade della storica rievocazione elpidiense.

 

Marzia Piani raccontò la storia di sua padre in una lettera scritta nel 2012 per il sessantesimo anniversario della Contesa del Secchio, una lettera in cui ci fu spazio anche per il momento del ritorno a Sant'Elpidio a Mare dopo due anni di prigionia vissuti in diversi campi di lavoro: “Il 10 aprile 1945 arrivarono gli americani ma per primi furono rimpatriati i francesi – ricorda Marzia – l'ora di mio padre arrivò dopo circa quattro mesi: fu portato in un campo di smistamento e da lì iniziò il viaggio di ritorno sulle tradotte, in mezzo a ponti distrutti, un'autentica odissea. Riuscì ad arrivare ad Ancona, da lì proseguì per Porto Sant'Elpidio e poi a piedi verso Sant'Elpidio a Mare: era il 17 agosto”.

Un'esperienza, quella nei campi di lavoro, che ha segnato profondamente chiunque l'abbia vissuta e che ti rendeva subito identificabile anche da chi non ti conosceva : “Sulla strada per Sant'Elpidio a Mare mio padre incontrò una persona che capì subito che era stato un prigioniero di guerra – racconta Marzia con la voce rotta dall'emozione -. Era immediatamente riconoscibile perché non aveva nulla: semplicemente gli abiti che indossava, un tascapane che ancora conserviamo, gli stivali bucati e una grande coperta di lana che si era ricavato cucendone insieme due”.

“Arrivato a Sant'Elpidio a Mare – prosegue Marzia - trovò subito una famiglia e la città per lui è diventata ed è rimasta per sempre un rifugio sicuro, il primo porto dove poter riposare: il legame con gli elpidiensi non si è mai interrotto e il loro abbraccio gli ha fatto dimenticare almeno in parte quello che aveva passato. A Sant'Elpidio a Mare si è creato amicizie ed affetti, lì ha sposato mia madre e siamo nati io e mio fratello”.

 

In conclusione Marzia Piani ha condensato in poche e significative parole il significato profondo di questa giornata: “Cerco di conservare carte, oggetti e ricordi perché ricordare significa far appartenere la memoria al proprio cuore e questo ci permette di trasmetterla ai nostri cari, ai nostri amici e a tutti quelli che la vogliono conoscere”.

 

 

La lettera scritta da Marzia Piani in occasione del sessantesimo anniversario della Contesa del Secchio 

Lettera_Marzia_Piani_RIFATTA

 

 

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Data pubblicazione : 27/01/2018 14:35
Scritto da : Andrea Pedonesi
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