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Federica Belletti: da Monte Urano a New York, il "film della mia vita" e il sogno di diventare una produttrice cinematografica indipendente

Si spengono le luci: nel silenzio, il film ha inizio. Per Federica Belletti, però, quella sala non è come quella di un qualsiasi cinema del mondo. No, per lei il Lincoln Center è un sogno, un traguardo e insieme un trampolino, il tempio della visual art mondiale e un’emozione fortissima che spera si ripeta ancora in futuro e che - garantisce - ha covato per tanto tempo sognando, nella sua Monte Urano di partenza, l'Hollywood del grande cinema made in Usa. Anche il film, però, per lei ha qualcosa di speciale. È quello che ha prodotto come tesi di laurea del Master in Fine Arts alla prestigiosissima Columbia University, la scuola in cui, da tre anni, sta prendendo forma il sogno di lavorare nel mondo della produzione cinematografica e in cui è arrivata nel 2015, dopo una campagna di raccolti fondi impegnativa e un periodo passato "correndo a destra e a manca per ottenere quel che mi serviva per l’iscrizione, soldi per la retta compresi" - racconta oggi. Sul grande schermo scorrono così le immagini di “Refugee” e si dipana la storia dei rifugiati siriani che Federica e il regista del documentario, Federico Spiazzi, hanno voluto fermare su pellicola. E brilla l’emozione di una ragazza che, da Monte Urano, è volata oltreoceano in nome di un desiderio: lavorare nel mondo del cinema ed essere la produttrice dei film che faranno emozionare appassionati cinefili come lei.

 

Federica Belletti: da Monte Urano a New York, il
Federica Belletti con la toga della Columbia University sui gradini dell'ateneo newyorkese

Federica parla veloce e mischia italiano e inglese. Chiede scusa, si scosta i capelli dal viso e ricomincia a raccontare il vortice di emozioni che le ha dato vedere proiettato sullo schermo del prestigioso Lincoln Center “Refuge”, il cortometraggio che ha contribuito a realizzare in veste di produttrice. Parla con l’entusiasmo di chi sta vivendo un sogno, Federica, e la concretezza delle sue parole lascia intuire che farà di tutto perché, finito il master, il suo futuro nel mondo della produzione cinematografica prenda il volo. Esattamente come sogna da quando, ”dopo aver partecipato per due anni al Giffoni Film Festival come giurata, ho capito che quella mia passione poteva e doveva essere un lavoro anche se, venendo dalla provincia, ero cresciuta pensando che mai saprebbe potuto essere così". Determinazione, emozione e speranza impastano un discorso che fonde l’emozione per quanto vissuto al Lincoln Center a tanta trepidazione per quello che sarà. Ma è tutto normale, infondo, se si prendono in considerazione i 27 anni di Federica, la sua incontenibile verve, il fatto che da tre la sua residenza sia a Morning Side - New York City - e che Federica si è ufficialmente diplomata al Master in Fine Arts alla prestigiosissima Columbia University, il pass part tout per un futuro da produttore cinematografico. 

 

Lei, in questo caravanserraglio di emozioni contrastanti, giura di sentirsi a metà strada tra la soddisfazione per il lavoro fatto fin qui e le tante incognite per il domani. “E’ stata una bella soddisfazione assistere alla proiezione di “Refugee” nel tempio della visual art mondiale e ricevere il premio come miglior lavoro tra quelli realizzati dagli studenti del Master alla Columbia University - esordisce - Un grande traguardo, soprattutto se penso al punto da cui io e Federico Spiazzi siamo partiti con questo film. Abbiamo dovuto lavorare sodo per vederlo proiettato al Lincoln Center, assieme a tutti i lavori di conclusione del Master realizzati dai nostri compagni di corso - e ci sono stati grossi ostacoli in produzione. Per questo, quella al Lincoln Center è una di quelle serate che non potrò mai dimenticare” - racconta in videochiamata dalla Grande Mela. 

 

Ambientato in Grecia, in una pasticceria affacciata sull’incrocio di una grande città crocevia di immigrati, cittadini e turisti, “Refugee” è uno sguardo sui nostri giorni e sulla drammatica realtà dei rifugiati siriani costretti a scappare dal proprio Paese e a ripiegare in Europa. “La sera della proiezione - confessa Federica - ero in fibrillazione: perché il Walter Ready Theater, lo spazio del Lincoln Center che era stato dedicato al Festival dei cortometraggi realizzati dagli studenti della Columbia University, e’ una delle sale più’ belle di New York e varcarla portando lì un tema così delicato e attuale come quello della migrazione era un’operazione ad alto rischio. E poi ero agitata perché’ il nostro film e’ una fiaba, che guarda a temi grandi attraverso un piccolo episodio di commedia. Ma appena ha preso il via la proiezione, mi sono rilassata. L’evento è stato domenica 13 maggio, il giorno della festa della mamma, ed e’ stato ancora più bello se penso che il primo draft del film si intitola proprio “mamma”. E ad aggiungere emozione su emozione, tra il pubblico in sala erano presenti anche le nostre mamme - la mia, quella del regista e quella della scrittrice, Fermanda Frotte - pronte a fare il tifo per noi e a rendere il tutto ancora più speciale”.

 

Qui il video-promo di 'Refuge', il cortometraggio prodotto da Federica Belletti: 

 

 

 

Federico e Fermanda: sono loro la squadra che ha circondato Federica durante il cammino di produzione del cortometraggio nato sui banchi della Columbia University. “‘Refuge’ è il risultato del lavoro di un anno e mezzo, periodo durante il quale il nostro progetto si è evoluto, trasformato, adeguato - racconta la giovane produttrice - Ma è anche il risultato di un anno e mezzo di amore, sudore e lacrime. Di speranze, aspettative e voglia di raccontare che si mischiano tutte assieme. E’ il frutto di una collaborazione potentissima tra tre ragazzi innamorati del cinema da tre punti di vista differenti - il mio, per la produzione; quello di Federico, per la regia, e quello di Fernanda Frotte, che con Federico ha steso la storia a quattro mani. Confrontando spunti e idee, è nato un cortometraggio che è il concentrato di storie grandi con la G maiuscola: quelle dei rifugiati incontrati lungo il cammino e di una Atene che è una versione in scala dell’Europa”. 

 

Parlando del suo progetto, Federica allarga cuore e sorriso. Perché é stato un percorso intenso, faticoso, ma ricco di emozioni e ripagato con una bella soddisfazione. Infondo - fa una smorfia - sono stati così anche i tre anni trascorsi a New York City, nel tempio dell’accademia mondiale che è la Columbia University. “Per arrivare fin qui ho studiato, ho lavorato sodo e cercato fondi e finanziatori che potessero sostenere questo mio sogno. E' stato duro, soprattutto per i no con cui mi sono scontrata e per qualche bastone tra le ruote che ha rallentato la corsa. Ma non mi sono mai data per vinta né ho mai aspettato seduta nella mia camera che la fortuna bussasse alla mia porta e si presentasse con un biglietto solo andata per gli States e la Columbia. Al contrario mi sono data da fare e quando - grazie ai soldi raccolti tramite la piattaforma di crowfounding GoFoundy, grazie alla borsa di studio messa a disposizione dalla Carifermo e alla generosità di Enrico Bracalente della Nero Giardini e alla sua donazione - ho raggiunto la soglia necessaria, sono stata felicissima. Sono partita con tante speranze e, appena messo piede negli Usa, ho continuato a correre per raggiungere il mio obiettivo. Ho seguito le lezioni del Master, che mi occupavano l’intera giornata; ho scritto e lavorato in continuazione su progetti nuovi, che dovevo seguire oltre l’orario di lezione e, dal febbraio 2016, sono stata assunta dalla Columbia e ho lavorato in università o nel mio dipartimento per raggranellare fondi extra. Insomma, sono stata assorbita completamente dalla cultura e dalla frenesia tipica di New York City, dove c’è un’opportunità dietro ogni angolo e tutto potrebbe rivelarsi la chiave di svolta della tua vita, purché sia disposto a rincorrerla e a non stare mai con le mani in mano”. 

E ferma ad aspettare il suo destino, Federica non c’è stata mai. “Il Master in Fine Arts dura tre anni, ma io il mio percorso l’ho esaurito con un semestre di anticipo, in soli due anni e mezzo. In questo periodo ho avuto ritmi e orari folli, completamente assorbita dalla magia di New York e dall’idea che ‘chi si ferma è perduto’. Da questo punto di vista, mi sono integrata perfettamente agli States, alla sua multiculturalità, alle tante tendenze e ispirazioni che raccoglie sotto la grande etichetta del ‘sogno possibile purché si abbiano gli occhi aperti per realizzarlo’. Insomma sono diventata una Newyorker DOC: sempre di corsa e sempre attiva. Così tanto che ora che il Master è finito e ho più tempo per me, faccio fatica ad avere vere giornate di relax ma sono sempre in movimento: alla ricerca della strada verso il mio futuro da produttrice”. 

 

 

È stata questa, giura Federica, la molla di tutto: il sogno di poter fare della produzione di film un vero lavoro e una professione a tempo pieno. “Qui in America, chi fa il mio mestiere viene definito ‘The person that makes the film happen’ (La figura che rende possibile la realizzazione del film, ndr): adoro questo aspetto, così come adoro la gestione di tutto quello che c’è dietro a una pellicola e la rende un gioco di squadra delicato ma fondamentale. Il development producer è colui che sta sul film per più tempo e lo segue fedelmente passo dopo passo, dalla fase della stesura a quella della realizzazione vera e propria. Col film si crea, così, un rapporto strettissimo e una relazione profonda, che è il lato che più mi affascina di questo universo. In Italia, questo rapporto è meno stringente e proprio per questo, dopo la laurea in comunicazione, media e pubblicità ottenuta nel 2014 allo IULM di Milano, ho deciso di varcare l’oceano e venire qui: per vedere da vicino il modo di lavorare americano e toccare con mano una realtà che mi ha sempre affascinato, incuriosito, stimolato. In Italia ho studiato tutto quello che, di teorico, potevo apprendere sul cinema. Ma negli States ho fatto pratica e mi sono calata, in prima persona, in questo universo che non voglio assolutamente abbandonare”. 

Voglia di conoscere, di vedere da vicino come funzionano le cose oltreoceano, tanta iniziativa e molta intraprendenza: è così che Federica giura di aver comprato il biglietto per gli States e di aver presentato la domanda d’ingresso alla Columbia University, per quel Master che, giura lei, le ha cambiato la vita. “Ho compilato la richiesta d’ingresso per il Master in Fine Arts nel 2014, mentre stavo trascorrendo un anno come ragazza alla pari in una famiglia del New Jersey. Vedevo New York City dall’altra sponda e pensavo a tutto quello che, di incredibile, sarebbe potuto accadermi lì. Così ho presentato tutti i documenti necessari e sono rimasta in attesa di quel sì che ha stravolto vita, orari, amicizie e pure Paese di residenza. Ma non ha stravolto me, che sono rimasta la Federica di sempre: appassionata di cinema e serie Tv Made in USA e una grande sognatrice”. 

Per tutto questo - giura Federica - la serata al Lincoln Center è stata una di quelle che non scorderà mai nella vita. Più di tutti, però, non dimenticherà il lunedì mattina - ride felice - “quando ci è stato comunicato di aver vinto il Jury Selects e lo Student Selects, due premi speciali tra quelli che sarebbero stati assegnati a noi studenti del Master per i lavori realizzati come tesi di laurea. Sono stati due traguardi meravigliosi, soprattutto perché il Jury Selects ci ha dato la possibilità’ di proiettare il film anche al DGA di New York quella stessa sera e ci permetterà di portare ‘Refugee’ a Los Angeles. Io, Federico e Fernanda eravamo già così tanto emozionati di questi traguardi inaspettati che non avevamo idea che avremmo vinto anche nella categoria Best Short. Anzi, non lo immaginavamo proprio. La scuola annuncia i nomi dei vincitori durante la serata finale del festival e quando, dopo una lunga serie di premi, finalmente è arrivata la sezione Best Short e hanno chiamato ‘Refugee’ ci si è davvero stretto il cuore”.

L'emozione è ancora palpabile nelle parole di Federica, ma adesso è l'ora di pensare al futuro, si ripromette lei decisa. In quello che va da qui al 2019, la giovane produttrice giura di voler giocare tutte le sue carte negli States e provare a rimanere nel Paese "il cui modo di fare cinema - unito a quell'approccio manageriale - mi hanno sempre affascinata". Ma c'è un altro progetto che, Federica e i suoi compagni d’avventura covavo insieme e segretamente come un sogno nel cassetto: "assieme a Federico e Fernanda stiamo raccogliendo fondi per portare “Refugee” in Europa ed esattamente in Germania, dove attualmente ha trovato riparo la maggior parte dei protagonisti del cortometraggio. Vogliamo condividere con loro la bellezza di quanto accaduto e parte di quei premi a cui le loro storie, il loro coraggio, il loro cammino ci hanno permesso di arrivare". Come nel finale più bello del film più importante di tutti: quello di Federica e della sua vita da development producer.

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