Istruzione
Fermo. Gli studenti dell'Annibal Caro riflettono sul tema della follia: successo per i due incontri con l'ex direttore dell'ospedale psichiatrico del capoluogo

Il 28 aprile e il 5 maggio la classe 4°C del Liceo delle Scienze Umane “Annibal Caro” ha avuto l'occasione di incontrare il prof. Ernesto Buondonno, ex direttore dell'Ospedale psichiatrico provinciale di Fermo, chiuso definitivamente nel 1981.  

Fermo. Gli studenti dell'Annibal Caro riflettono sul tema della follia: successo per i due incontri con l'ex direttore dell'ospedale psichiatrico del capoluogo

I due incontri, inseriti nel progetto biennale “Chiusi fuori” (che prevede anche la collaborazione degli studenti con il periodico del carcere di Fermo “L'Altra Chiave News”), sono stati fortemente sostenuti dalle docenti D’Aprile e Malloni per sensibilizzare gli alunni su tematiche come la reclusione, l’emarginazione e la solitudine, che caratterizzavano gli ospedali psichiatrici nel passato e le istituzioni reclusive di oggi.


I due contesti, quello manicomiale e quello carcerario, hanno in comune l'essere stati entrambi definiti da Goffman in Asylum “istituzioni totali”. All'apparenza ciò si riferisce alla convivenza obbligatoria di più individui in una struttura per un determinato periodo di tempo, ma dietro le istituzioni totali vi è ben altro, poiché una loro importante caratteristica è, infatti, la necessità di controllare e manipolare molti aspetti della vita e dei bisogni umani tramite l'organizzazione burocratica. Ne è un esempio evidente l’annullamento della personalità dell'individuo al momento dell'entrata, quando gli effetti personali vengono requisiti, azione definita dal professore Buondonno come “una brutale aggressione, una ferita psicologica alla persona, violenta in sé, talora del tutto gratuita, sempre lesiva alla dignità”.


Nel primo incontro sono state presentate alcune fotografie dello psichiatra Franco Basaglia, rappresentative della drammatica vita alla quale erano condannati i ricoverati, nell’abbandono, nel dolore, nella solitudine e talvolta anche nell’umiliazione.
Perché metodi terapeutici come l'elettroshock e la camicia di contenimento non possono che degradare la dignità umana, così come anche alcune diagnosi, che sono insulti a tutti gli effetti e che diventano un’etichetta indelebile applicata non alla malattia, ma al paziente, senza che questi abbia la speranza di tornare a essere di nuovo socialmente accettato.
Secondo tale prospettiva, il manicomio non ha mai avuto il compito di curare gli ammalati, quanto di emarginarli, facendoli sprofondare ancor di più nel loro stato di disagio, con lo scopo di proteggere la società, che se ne libera così come l'organismo elimina le tossine, inducendo gli esterni ad avere paura di ciò che si cela dietro le mura dell'edificio, a temere il contagio della follia.
L'unico vero metodo di cura efficace, secondo il prof. Buondonno, è quello basato sulla comprensione dei sentimenti dell'altro e sull’empatia; bisogna provvedere a tutte le necessità dell’individuo, che non riguardano esclusivamente la sopravvivenza fisica, ma anche e soprattutto i desideri e la felicità, che non dovrebbe mai essere considerata di secondaria importanza, poiché “in ogni persona anche la follia è una forma della sua umanità, sempre”.


Ma la felicità e l'amore non possono che coesistere con la libertà. Per questo si è avuto bisogno di eliminare del tutto gli istituti manicomiali con la legge 180 del 1978, vero e proprio atto rivoluzionario, di cui quest’anno ricorre il 40esimo anniversario e su cui gli alunni hanno intensamente riflettuto insieme a qualcuno che ha realmente conosciuto e collaborato con l’ideatore, Franco Basaglia.

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Data pubblicazione : 09/05/2018 09:49
Scritto da : Redazione
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