Politica
L'intervento del Senatore Francesco Verducci sulla scomparsa di Mario Dondero. GUARDA IL VIDEO

Signor Presidente, colleghi, ho chiesto d'intervenire perché penso sia giusto che l'Aula del Senato ricordi la figura di Mario Dondero, personalità tra le più significative a livello internazionale della fotografia e del fotogiornalismo, del racconto vivo fatto per immagini, in ragione del motto di Walter Benjamin molto caro a Dondero: "una foto vale 1.000 parole".

L'intervento del Senatore Francesco Verducci sulla scomparsa di Mario Dondero. GUARDA IL VIDEO

A un certo punto del suo apprendistato giovanile, Dondero scelse di fotografare anziché di scrivere, perché più coerente con il valore della testimonianza, con l'impegno civile teso al racconto della verità in tutta la sua essenza, senza estetismi e senza artifizi. Nelle sue foto, lo sguardo di Dondero è partecipe, consapevole, complice, ma mai invadente. Ciò che rivela nei toni caldi e anche epici del suo bianco e nero, nei volti segnati ma mai addomesticati, è un'umanità irriducibile da cui emerge la speranza: questa è la cifra della sua poetica - tutta politica - che contrasta apertamente cinismo e narcisismo.
Per Dondero la vita e l'opera sono tutt'uno, in una ricerca continua che ne fa viaggiatore instancabile, leggendario. Impara il mestiere giovanissimo, nella Milano del dopoguerra; è cronista all' «Avanti!», a «l'Unità», a «Milano Sera»; è il tempo delle amicizie elettive con Ugo Mulas, Uliano Lucas, Luciano Bianciardi; sono gli anni della "vita agra", durissima, e del cenacolo del bar Jamaica, a Brera. Dopo Milano sarà la volta di Parigi, Londra, Roma e poi dell'Africa, del Medio Oriente, della Cambogia, della Thailandia; insomma: il mondo intero, in un'urgenza assoluta di testimoniare, di raccontare ciò che altri non vedono e tacciono; è il punto di vista degli esclusi, e le sue sono immagini che compongono una "coscienza politica".
Negli scatti di Dondero c'è la Storia, quella che irrompe nei grandi palcoscenici: il '68 a Parigi, a Belfast, ad Atene; l'89 a Berlino; i grandi leader, i Capi di Stato. E c'è la Storia che sedimenta ogni giorno nelle vite delle persone comuni: i bambini nei sobborghi di Algeri, le insegnanti rurali in Irlanda, i contadini sardi, i manovali emiliani.
I ritratti che egli fa, ad esempio quelli degli uomini della memoria nei villaggi del Mali o quelli dei grandi protagonisti della cultura europea (come Beckett, Sartre, Pasolini), hanno lo stesso significato simbolico che li accomuna alla missione del fotografo che egli sente fortissima: tramandare le storie della comunità, farne "bene culturale comune", con l'obiettivo di risvegliare coscienza e impegno; quell'impegno che per Dondero fu scelta di vita quando nel 1944, a soli sedici anni (ma nel fisico ne dimostrava tredici, non di più), lasciò la sua casa per unirsi ai partigiani della Repubblica dell'Ossola.
Una decisione che nei suoi racconti egli definì "un dovere assoluto". Era l'impegno di una generazione a cambiare il mondo, a contrastare ingiustizie e disuguaglianze. Un patrimonio di partigiano che coincise sempre con la sua stessa esistenza, con l'esempio da dare agli altri. Disse in un'intervista: «per me la politica è il senso della cittadinanza, è la difesa dei diritti, delle conquiste sociali e, per il lavoro che faccio, è l'informazione alla ricerca della verità».
Dondero, il nomade, negli ultimi quindici anni della sua vita scelse Fermo, il Fermano, le Marche: un amore intenso, fortissimamente ricambiato da tutta la nostra comunità, in particolare dalle nuove generazioni. I suoi viaggi, i suoi ritorni, sono continuati fino a pochi mesi fa, fino a che è stato possibile.
Chiunque lo abbia conosciuto, e sono tantissimi in ogni parte del mondo, può raccontare una stessa cosa, in qualche modo magica: capitava che Dondero apparisse; capitava di trovarselo a fianco, improvvisamente, in un treno, su un autobus, nel vagone di una metro, in un bar, a Roma, nella sua Genova, a Parigi. A me è accaduto: sentirmi chiamare e riconoscerlo tra i volti di quella umanità in cammino che amava così tanto.
Ciao Mario e grazie.

 

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Data pubblicazione : 22/12/2015 11:19
Scritto da : Senatore Francesco Verducci
Commenti dei lettori
3 commenti presenti
  • Sfroos

    22-12-2015 16:18 - #3
    ha fatto bene francesco verducci (a proposito, ora sappiamo che è in parlamento) a ricordare dondero in aula, perché vista l'ignoranza cronica dei suoi colleghi, la maggioranza non l'avrà mai nemmeno sentito nominare...come non avranno mai sentito nominare nemmeno gabriele basilico, scomparso nell'indifferenza più totale...paghiamo lo stipendio a gente che non sarebbe capace nemmeno di pulire un cesso, se non ci fosse qualcuno a specificare che bisogna strofinare bene anche sotto il bordo del water...credo che dondero avrebbe voluto proprio questo, che qualcuno accogliesse le richieste di simone e di tanti altri come lui, non certo della solite chiacchiere infarcite di standard istituzionali...un maestro, una pietra miliare, oggettivamente riconosciuto come tale dalla storia ma che, però, non voleva essere chiamamato così, "maestro"...@simone: ci fai sapere quando vi sarete incontrati con il senatore?
  • Francesco Verducci

    22-12-2015 14:50 - #2
    Egregio Simone, grazie per il suo commento. Se mi lascia i suoi riferimenti a francesco.verducci@senato.it, la contatto per incontrarla molto volentieri
  • Simone

    22-12-2015 12:24 - #1
    Egr.On. Senatore.Verducci, le chiedo di fare un intervento anche per un padre ,disabile ,disoccupato da 2 anni. Da 5 mesi cerco di incontrare , Presidente della Regione Marche,che è presente a inaugurazioni, varie tipo sagra dell tartufo, cene ,mostre ma 10 minuti per uno sconosciuto cittadino non ha tempo ( pensare che mi sono dato da fare ,per sostenerlo alle elezioni pensando che fosse un uomo di valore). Magari lei può ascoltarmi,visto che giustamente .ha ricordato un grande uomo
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