Sanità
Non più "malati", ma "persone affette da". 40 anni fa la rivoluzione della psichiatria italiana con la legge Basaglia: il punto del dipartimento di salute mentale di Fermo

Il 1978 è un anno che ha rivoluzionato la psichiatria italiana: fu infatti proprio la legge 180/1978 (c.d. Legge Basaglia) che portò alla chiusura dei manicomi nel nostro Paese, ribaltando completamente la visione del paziente e i canoni dell'assistenza mentale.

Ad esattamente 40 anni dall'entrata in vigore di quella legge, il Dipartimento di Salute Mentale di Fermo ha voluto tracciare un bilancio di quanta strada sia stata percorsa e di quali siano i principi ispiratori del percorso di cura dei pazienti.

Non più

“Prima delle legge Basaglia i manicomi venivano usati come misura di difesa sociale rispetto a persone marginalizzate – ricorda il direttore dell'Area Vasta 4 Licio Livini – mentre in virtù della sua approvazione è stata restituita dignità al malato psichiatrico: certo, ci è voluto del tempo per dare risposte più appropriate e serie, basti pensare che qui a Fermo gli ultimi ospiti dei manicomi sono stati ricollocati alla fine degli anni '90, ma la psichiatria ha visto negli anni un'evoluzione importante, che di recente si è concretizzata anche nella chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziali. Certo, rimangono tuttora delle criticità: abbiamo carenza di personale che si occupi di questo genere di attività, nonché di strutture e servizi dedicati alla psichiatria minorile”.

 

Una legge, la Basaglia, che rivoluzionò anche il lessico della psichiatria, parlando di “persona affetta da” e non più di “malati”: una modifica apparentemente forse solo formale, ma in realtà sostanziale e funzionale all'obiettivo dichiarato di ridare dignità, autonomia e capacità di socializzazione al paziente, permettendogli quindi di reinserirsi appieno nella società.

Principi, questi ultimi, che sono alla base dei percorsi di recupero studiati dall'equipe fermana, volti alla “recovery”: “Il nostro approccio - spiega la dott.ssa Mara Palmieri, primario del reparto di Psichiatria del Murri di Fermo - è orientato alla predisposizione di un percorso personalizzato che miri alla riattivazione di quelle risorse e di quelle abilità individuali della persona perse nel momento di crisi e che però possono permetterle di tornare a vivere in modo pieno la sua vita”.

 

Se il percorso riabilitativo è finalizzato al recupero della dignità e dell'autonomia del paziente ed è quindi personalizzato a seconda dei suoi bisogni, altro elemento fondamentale è il coinvolgimento sinergico di specialisti di diversi settori: “Siamo strutturati in equipe multi professionali – racconta l'infermiera Antonella De Carolis, coordinatrice dell'area territoriale della psichiatria, spiegando come nel post Basaglia il ruolo suo e dei suoi colleghi sia quello di operatore dell'assistenza, cui vengono richieste competenze solo di natura tecnica, sanitaria-educativa e relazionale -. Di ciascuna équipe fanno parte un infermiere, un assistente sociale, un educatore professionale (laddove possibile, nel nostro territorio al momento sono 14 le figure di questo tipo, ndr) e un medico”. Senza dimenticare la collaborazione che in alcuni casi viene portata avanti con i sociologi, come ad esempio la dott.ssa Sabrina Petrelli, responsabile di alcuni progetti riabilitativi.

“Sono arrivata qui da Bologna dopo aver lavorato in psichiatria – ricorda invece la dott.ssa Cinzia Scaramelli, assistente sociale, lodando la qualità del lavoro svolto nel Fermano – e sono rimasta veramente sorpresa per il livello culturale e professionale degli operatori, che danno vita ad un servizio sicuramente all'avanguardia anche rispetto a quello dell'Emilia Romagna”.

 

Un servizio che funziona, dunque, anche grazie al ruolo delle famiglie. A Fermo è attiva un'associazione, la Psiche 2000, che raccoglie i famigliari dei pazienti che, come sottolineato dalla dott.ssa Palmieri, possono esercitare un ruolo importante nel percorso riabilitativo ma, al tempo stesso, devono ricevere un adeguato sostegno in quello che è un periodo spesso emotivamente non facile: “Senza la partecipazione delle famiglie i pazienti rischiano di rimanere isolati – spiega la presidentessa Angela Pallotti -. Prima le famiglie venivano colpevolizzate per l'insorgere della malattia, ma progressivamente si è capito che possono giocare un ruolo fondamentale nello step successivo a quello delle cure mediche, quello dell'inclusione e del ritorno ai normali ritmi di vita”.

 

Sarebbe però sbagliato pensare che la cura dei pazienti avvenga solo in ospedale, che invece non è che la punta dell'iceberg del sistema, la sede del ricovero per gli acuti: sistema che nel Fermano si avvale poi del centro di salute mentale, con le sue ramificazioni territoriali a Porto Sant'Elpidio, Petritoli, Montegranaro e Montegiorgio, e delle strutture residenziali riabilitative, dove i pazienti affrontano la parte più propedeutica all'uscita e al reinserimento sul territorio, con la presenza poi anche di un gruppo appartamento autogestito per tre persone uscite dal percorso di cura

 

Tutto questo articolato sistema si occupa attualmente di circa 2300 pazienti effettivamente presi in cura, mentre solo nel 2017 sono stati 2500 i contatti, cioè quelle persone che vi si sono rivolte almeno per una visita o una consulenza. Un numero rilevante, pari a 13,8 abitanti ogni 1000 nel nostro territorio, per dei disturbi che, in un periodo storico sempre più connotato da stress e ritmi frenetici, stanno cominciando a colpire un numero progressivamente maggiore di persone e ad un'età sempre più verde: proprio la prevenzione nelle famiglie e nelle scuole e l'attenzione specifica ai disturbi delle fasce più giovani della popolazione nei prossimi anni saranno probabilmente una delle tematiche principali al centro dell'azione del Dipartimento di salute mentale di Fermo.

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Data pubblicazione : 10/07/2018 14:40
Scritto da : Andrea Pedonesi
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