Il Decreto dignità salva il gioco di Stato, ma danneggia le aziende

L’Italia è uno dei paesi che incassa dal gioco d’azzardo più degli altri paesi Europei.

Il Decreto dignità salva il gioco di Stato, ma danneggia le aziende

Gli introiti per le casse erariali, secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio, ammontano a 10 miliardi di euro. Di fronte a questo dato sorge una riflessione alquanto controversa riferita al rapporto che lo Stato italiano assume nei confronti del comparto: da un lato promuove azioni ed elargisce finanziamenti per le campagne contro il gioco d’azzardo patologico; dall’altro è proprio lo Stato stesso a beneficiare di più dalla crescente diffusione di giochi e scommesse.

 

C’è da considerare inoltre che l’Italia presenta il livello più alto di tassazione sul gioco d’azzardo (misura adottata per dissuadere dal gioco) se confrontato a quello dei principali paesi europei come Francia, Regno Unito, Spagna e Germania.

Sempre secondo il rapporto, tra il 2000 e il 2016, la raccolta complessiva da giochi è passata da 20 a 96 miliardi. Nel 2016 le vincite hanno superato i 77 miliardi e il payout, ovvero la percentuale restituita ai giocatori, è pari a circa l’80%. Il 20% restante, più di 19 miliardi, è ripartito tra entrate erariali e fatturato del settore. Da ciò si desume che lo Stato ha incassato circa 10 miliardi di euro. Come se non bastasse, nel 2017 la raccolta derivate da giochi e scommesse è aumentata toccando i 100 miliardi di euro.

 

La crescita del mercato dei giochi è alla forte innovazione nelle modalità di gioco con la diffusione di internet e la possibilità di effettuare giocate attraverso la rete, on line e su eventi live”, si legge nel documento, considerati tra i giochi a maggior rischio dipendenza. Ma si tratta anche di quelli su cui lo Stato guadagna meno, poiché dei quasi 27 miliardi spesi nei giochi online nel 2017, allo Stato sono toccati poco più di 300 milioni.

 

Analizzando i dati alla luce degli ultimi avvenimenti, in particolare riferendosi al Decreto dignità presentato dal vicepresidente Di Maio, le norme in esso contenute relative al settore dei giochi, puntano a contrastare il fenomeno della ludopatia, sia attraverso la tassazione (che attualmente resta invariata, anche se il suo aumento era stato indicato come una delle potenziali entrate per finanziare il reddito di cittadinanza), sia attraverso il divieto alla pubblicità di giochi o scommesse con vincite in denaro. Per chi viola la normativa sono previste sanzioni pari al 5% del valore del contratto di sponsorizzazione, partendo da un minimo di 50mila euro.

 

Le regole tuttavia non sono uguali per tutti i comparti in quanto, come riporta il decreto, “la misura non si applica ai contratti in essere e alle lotterie a estrazione in differita, come la Lotteria Italia”. Dal divieto sono esclusi inoltre “i loghi sul gioco sicuro e responsabile dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli”. Possiamo perciò dedurre che i giochi di Stato sono “salvi” dagli effetti del decreto, mentre a risentirne saranno gli operatori del settore che si stanno schierando contro le misure adottate dal governo.

Tra questi il gruppo svedese LeoVegasche ha espresso il suo malcontento attraverso una nota nella quale ha sottolineato che la proposta non rispetta la Costituzione italiana e non aiuta in alcun modo a risolvere il problema della ludopatia.


"La proposta del ministro Di Maio è pericolosa e controproducente sia per i cittadini italiani che per lo Stato, oltre a non avere le condizioni costituzionali. Comprendiamo e condividiamo la preoccupazione sulla ludopatia, ma non è danneggiando gli operatori autorizzati dall'AAMS che si risolve questo problema", ha chiosato Niklas Lindahl, Managing Director Italia di LeoVegas Gaming. "Esercitiamo controlli severi sui nostri giocatori, se vediamo un comportamento compulsivo o pericoloso blocchiamo l'account e contattiamo la persona per capire come possiamo aiutarla per tornare a un normale comportamento di gioco" ha ribadito Lindhal.

 

"La regolamentazione, quindi, è fortemente voluta da società come la nostra che, va ricordato, paghiamo allo Stato rilevanti imposte e abbiamo ottenuto regolari licenze, cambiare le regole sulla pubblicità adesso vorrebbe dire rendere irregolari le licenze concesse dai Monopoli di Stato, oltre a danneggiare gravemente tutto il mondo della pubblicità e dei media", ha concluso.

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Data pubblicazione : 16/07/2018 10:18
Scritto da : Redazione
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